venerdì 12 ottobre 2012

Ma siamo seri?!

Ieri mi sono avventurata in libreria, come succede sin troppo spesso (e sarebbe il caso mi dessi una calmata, economicamente parlando) in preda all'indecisione più nera, sapete tipo quelle domande esistenziali alla "Lo prendo o non lo prendo?"
Ecco. Normalmente me ne esco di lì con la coda tra le gambe ma ieri non ho avuto il benché minimo giudizio e mi sono portata a casa questo agile tomo, uscito da pochissimo:


Agile un piffero, ve lo dico io. Il Ciotta Silvestri non solo è enorme, non solo costa la bellezza di 28 euro, ma è anche quanto di più ostico ci si possa aspettare da delle recensioni di film.


Ecco, non ho mai compreso perché, quando si scrive una critica - a qualsiasi cosa eh, beninteso - si debba inseguire il parolone a tutti i costi, rimuovere la punteggiatura, architettare costrutti logico-sintattici senza il minimo senso, insomma perché si deve per forza scrivere un poema futurista di Marinetti, con la sola differenza che Boom Bang Schiacc ha più senso di esistere.
Che qualcuno mi spieghi il perché di questa tendenza dilagante e delirante, che così tanto va tra gli intellettualoidi.
Perché vergare parole a caso? E soprattutto perché raccontare il film in maniera così psicopatica che si deve ricominciare daccapo a leggere venti volte e anche alla quarantesima non ci si capisce un'infiocchettatissima? Ditemi, ve ne prego, cosa avete capito di questo film (gentilmente fregato dal sito de Il Manifesto, per cui questi due individui scrivono e curano la sezione cinema. S'andà benino, direbbero dalle mie parti):

TED
di SETH MACFARLANE; con MARK WAHLBERG, MILA KUNIS. USA 2012.
Esordio alla regia di Seth MacFarlane ideatore della saga I Griffin testimonial del degrado fisico e mentale della middleclass americana, un politicamente scorretto che fa godere folle di spettatori felici di specchiarsi nel piccolo schermo. Ma Seth MacFerlane sostenitore del partito democratico accontenta soprattutto quella parte del suo schieramento che ride dei compatrioti da tea party. Il passaggio dalla tv al cinema è rischioso perché il grande schermo non tollera la parodia della parodia e lo sghignazzo si taduce spesso in una sua beatificazione. Un film che non sa dove andare, non certo dalle parti di Harvey. (m.c.)

Le iniziali in fondo parlano (spero) chiaro: Mariuccia Ciotta ne è l'autrice.
Non voglio indagare sulle sue dichiarazioni di intenti, sul perché scriva così (spero solo non voglia rendere omaggio a Joyce e ai suoi flussi di coscienza); so soltanto che ieri ho visto 'sto film e m'è piaciuto un bel po', che le chicche e le citazioni nerd, per non parlare di certe gag, m'hanno fatto sdraiare sulla poltroncina del cinema e che quell'orsetto è tenerissimo, finché sta zitto e buono. Mark Wahlberg è tenero comunque, che lo dico a fare.
Ma poi, chi cazzo è Harvey?
Per la par condicio metto anche qualcosa dell'altro autore, Roberto Silvestri. Almeno credo, viste le iniziali.
(Sempre grazie a Il Manifesto)

ON THE ROAD
di WALTER SALLES; con SAM RILEY, KIRSTEN DUNST. USA 2012.
55 anni per portare sullo schermo On the road di Kerouac, il ritratto dei giovani ventenni che rifiutano il lavoro sotto il capitale e preferiscono correre per il paese, tra microcriminalità e vagabondaggio. La mitica controbibbia della 'beat generation' fu pubblicato, senza censura, da Viking Press il 5 settembre 1957. Il film non lo ha fatto Marlon Brando, nonostante le richieste pressanti di Jack Kerouac. Non lo ha fatto Monty Clift. Né Coppola che pure opzionò il libro nel 1970. Non è riuscito a dargli una struttura convincente neppure Gus Van Sant. Ma adesso c'è. Con Tom Sturridge che è Allen Ginsberg-Carlo Marx; Viggo Mortensen che fa William Burroughs-Old Bull Lee e Kirsten Dunst come Camille-Carolyn Cassidy, più una sventagliata di vintage, libri di Proust, Céline e Rimbaud a volontà, jam session jazz scatenate, bevute d'obbligo d'ogni cosa, pere, sesso sempre, poliziotti che vi immaginate, lunghe strade assolate e deserte che da Denver conducono a Frisco e da Phoenix City a Mexico City. C'è tutto, ma è come se tutto fosse devitalizzato, le avventure ai confini di se stessi del trio e compagnia, sono intrappolate dalla struttura canonica «inizio-centro-fine» senza sbandare mai. (r.s.)
Un filino più articolata, ma comunque assurda. E a parte che dei tre protagonisti metti solo Sam Riley. Garrett Hedlund e Kristen Stewart dove sono finiti? Vabè, non cavilliamo più del dovuto.
Il tenore del volumone è tutto così e anzi, le recensioni sono pure più lunghe, alcune a un paio di pagine c'arrivano, quindi immaginatevi il mal di testa. Francesco Gallo ha avuto a dire che è "un volume di oltre 1300 pagine pieno di coraggio". Facciamo che il coraggio ce lo mette il lettore, okay?

Insomma, morale della favola: oggi ho riportato il libro e al suo posto ho preso Re Lear, Macbeth e Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta. Sono un tipo all'antica, sono.

2 commenti:

Black&White staff ha detto...

Ahahah a giudicare dalle due recenzioni citate direi che più che un tomo sui libri che han fatto la storia è un tomo sul tono velato di superiorità che vogliono far emergere i critici! :D
Mush

CleaStrange ha detto...

Precisamente! Queste due non sono presenti nel volume, è roba fresca fresca della settimana scorsa, ma c'è proprio una supponenza di fondo, nel loro "recensire", che mi fa imbestialire da matti.